MART E TOIVO

Arvo Uustalu

tõlkinud Fulvio Meguschar

Nei primi tempi m’era difficile colpirlo in testa con un randello di legno. Non l’avevo mai fatto prima. Temevo che la piccola vittima rimanesse menomata per il resto della vita e che cominciasse a gridare per il dolore e la paura.

Gli occhi sgranati.

Per fortuna ci si abitua molto presto al dolore degli altri. Più presto di quanto possiate immaginare. Non più di due settimane a contare dal primo timido colpo.

Proprio quando nel mio piccolo paese nordico ebbe inizio un periodo di crisi economica decisi, io intellettuale da sempre e impiegato nell’istruzione, di guadagnarmi un supplemento di pane oltre al lavoro regolare. Ovvero di carne.

Alla fame si aggiunse la degradazione mentale. Quest’ultima rimanga fra noi perché la rivelazione al pubblico di tali casi può portare a gravi conseguenze.

Ad esempio un paio di mesi fa il mio collega Paul, per una leggera distrazione, aveva definito infermo di mente leggero uno che in realtà lo era di grado medio. Per un attimo s’era lasciato andare, tutto qui.

Venne denunciato in tribunale.

E questo come premio per non aver voluto, per naturale bontà d’animo, umiliare di fronte alla classe uno studente mentalmente ritardato e chiamarlo “infermo di mente di grado medio”.

In aggiunta alla pena detentiva tolsero a Paul pure la licenza d’insegnamento e l’appetito. Ultimamente lo rividi con l’animo spezzato.

Lo si leggeva dagli occhi.

Poiché nel campo della piccola industria della carne non avevo esperienza, decisi di provarmi, quanto ad animali da amazzare, con quelli più piccoli e dalle orecchie più lunghe. Difficilmente con i loro fratelli di dieci chili. Un gatto un po’ più in carne poteva superarli in peso.

A dirla tra noi, ho sentito che molti imprenditori sanno sfruttare abilmente la somiglianza fisica tra il coniglio e il gatto. Quanto a me, mi decisi in favore degli animali di peso minore e dalla carne più ricca di proteine.

Prima di iniziare con le orecchie lunghe lessi diversi manuali sull’argomento, ne studiai le illustrazioni, provai persino ad allenarmi colpendo un pino con un bastone.

Nell’acquisizione dei metodi di lavoro adeguati mi fu di maggior aiuto la fotografia in cui un operaio dello stabilimento per la lavorazione della carne con un grembiule sporco, teneva per le zampe posteriori un esemplare da ingrasso e un bastone nella mano destra e mostrava lentamente come andasse fatto. Essendo un po’ miope, sollevai la foto all’altezza del naso per osservarla meglio e per calcolare con un’operazione a memoria l’angolo di contatto tra le articolazioni del collo e la mazza. Si trattava evidentemente di un esemplare giovane, destinato a non crescere di più. Uno di quelli che si liquidano come animali da macello senza prospettive future. Infatti la mancanza di prospettive nel caso di un animale salta subito all’occhio.

Appresi diversi metodi di dissanguamento degli animali da macello, come il taglio della carotide con un coltello curvo infilato per le narici. Ma rinunciai ben presto a una tale alternativa forte, perché così l’animale viene dapprima solo stordito e poi viene lasciato morire lentamente per dissanguamento. Così, attraverso il naso, non fa per uno come me, forse per uno più incallito. Quelli sono capaci di strappare l’aorta persino dall’ano di un coniglio. Se li vedeste in azione, lo capireste.

Ma altro è figurarselo davanti agli occhi o allenarsi con un albero, e altro la realtà.

Quanto più me la prendevo con l’albero, e tanto più comprendevo che tale tipo di allenamento non avrebbe mai fatto di me un duro. Perciò al posto del coniglio immaginai di aver a che fare con un uomo. Qualche benpensante schizzinoso magari storcerà il naso, ma è davvero difficile incrudelirsi contro un animale così piccolo e innocuo.

La prima sera continuai a guardarmi ancora a lungo le mani insanguinate.

Ma dopo il primo paio di orecchie lunghe filò liscio come l’olio.

Persino troppo liscio.

Mentre mia madre scuoiava il coniglio tirandogli la pelle sopra le orecchie, preparavo già la vittima seguente. Ovviamente nei grandi stabilimenti lo si fa nelle linee di produzione. All’altezza degli occhi del precuotitore scorrono orecchie lunghe appese ad un gancio. Il tuo compito è solo quello di colpire sicuro in testa agli animaletti altrimenti c’è il rischio che uno possa sfuggirti. E se nell’impianto di affumicamento capita un coniglio vivo, si tratta già di uno scarto.

Negli occhi lo sguardo di un animale inselvatichito.

I conigli sfuggiti si mettono a correre in giro molto agilmente tra le linee di produzione dei salumi ed è difficile acchiapparli.

Molto agilmente, se mi capite.

Come il ghepardo Jester.

Vanno a zig-zag.

Saltano fino a due metri di altezza.

E in ultimo, sentendosi costretti in un angolo dagli operai del salumificio, mordono con le loro zanne affilate la gamba dei pantaloni. Ma la gamba dei pantaloni è di un materiale sintetico che protegge dai morsi. Provate a forarlo con i denti.

Non vi immaginate nemmeno quali strilli siano in grado di emettere.

E allora quale trionfo per i colleghi esperti, allorché orecchie-lunghe pende per le zampe posteriori nella presa sicura di una mano grossolana. Per un’ultima volta emette uno strillo acuto sbattendo la testa contro la linea di produzione dei salumi.

Essendo una persona molto sensibile, vissi terribilmente questa visione.

Nel dissanguamento delle carni da macello divenni col tempo un vero maestro. Occorre colpire con la forza necessaria direttamente sulla nuca. Se il colpo è preciso,dall’orecchio destro comincia a colare del sangue. Importante nel fare ciò è che il colpo non venga inferto sulle articolazioni del collo. In tal caso si forma nelle articolazioni spezzate un grumo di sangue, che non permette al sangue di fuoriuscire dal corpo dell’animale. E allora, per evitare che il sangue rimanga all’interno, occorre asportare con un coltello affilato la piccola testa.

Il principiante nel campo dell’allevamento dei conigli deve decidere se voglia allevare solo animali da macello o se da questi voglia ricavarne anche una comoda pelliccia o un berretto di pelle. Gli esemplari bianchi della razza dagli occhi rossi sono di norma più grandi di quelli neri o grigi, ma, per un allevatore inesperto, sono più difficili da scuoiare senza averli precedentemente unti di grasso.

Sotto il naso consiglio di porre una bacinella, necessaria solo dal punto di vista dell’igiene del lavoro, affinché il sangue non contamini l’ambiente. Questo può venir utilizzato come complemento al foraggio per i polli.

Sangue.

I polli vi si gettano all’impazzata. Si strappano gli occhi dalla testa, saltano l’uno sulla cresta dell’altro con i loro speroni affilati.

Eppure con i maiali non ce la farei.

Il loro urlo risuona fino a dieci chilometri di distanza.

Come al festival dei canti popolari. Solo che in questi ultimi lo fanno gli uomini. Fino a dieci chilometri. Capite di che dolore debba trattarsi? Nelle sere silenziose fino a venti.

Ricordo una volta mentre andavo a caccia di capre selvatiche nei boschi attorno alla palude di Suursoo, quando si udì un grugnito fino al lago.

Il grugnito straziante di un verro.

Pieno di nostalgia.

No, per fortuna non v’era nostalgia.

Soltanto dolore.

Ma in linea d’aria fino al canneto ci saranno venti-trenta chilometri.

Il suono si diffuse anche quel giorno fino a molto lontano, gli alberi non stormivano.

Silenzio di tomba.

Quando guardai in alto vidi le cime degli alberi diritte e immobili.

Penetrare nel morbido velluto delle nubi.

Soltanto una gru solitaria si librava laggiù sopra i boschi, una freccia sul dorso.

Inseguii la capra fino al mattino, ma non riuscii a catturarla. Altrimenti sarebbe stato un bell’animale. La sentii ancora chiamare i suoi maschi, masticare le ghiande di quercia messe a bella posta come esca dai cacciatorie sfregare contro i tronchi degli alberi le sua corna ramose.

Allora nel bosco calò un silenzio assoluto.

Ma quel grugnito ce l’ho ancor oggi nelle orecchie.

Ogni volta che da Tallinn risuona l’eco minacciosa dei cori riuniti.

Finora il momento psicologico per me più difficile è stata la prima incisione nella pelle del coniglio. Infatti l’animale, dopo un primo tentativo andato a vuoto, può reagire con le zampe. Ma tali insuccessi capitano in tutti i campi e a tutti gli specialisti.

Da qui l’insegnamento – se necessario portatevi dei guanti protettivi. In caso contrario l’artiglio del coniglio può ferirvi sulla mano. Di norma tali graffi lasciano un leggero rossore sulla pelle, comunque non è pure da escludere che l’infezione penetri sotto la cute. Fino a sviluppare la cancrena.

Da letterato e romanziere, qualche volta feci in fretta degli appunti di carattere esistenzialistico, collegando quanto stava succedendo con la realtà.

Un trucchetto per calmare il coniglio è quello di carezzarlo sulla testa.

Allora comincia a fidarsi di te.

Infila la testa nel tuo grembo, in cerca di protezione.

Ingenuamente.

Accesi la radio.

Voce della radio.

“Due sedicenni, Mart e Toivo, studenti della Scuola Media n.2 nella tarda serata di ieri hanno crocifisso un gatto nero sulla famosa quercia amata dalla poetessa Koidula”.

“Che cosa mai studieranno in questa Scuola Media n.2?” pensai stancamente.

“Secondo il racconto dei ragazzi, avrebbero iniziato solo con l’infilare le dita negli occhi dell’animale, ma poi, stufi del gioco infantile, avrebbero deciso di legare il gatto all’albero e di castrarlo.

Il padre di Mart, Mart senior, ha dichiarato all’inviato di Radio 3 che non si sarebbe certamente mai e poi mai aspettato un atto simile da parte di suo figlio. Da esperto chirurgo avrebbe però assistito a cose ben peggiori, per esempio a uomini crocifissi.

Voce dell’insegnante capoclasse dall’intervista telefonica.

“I ragazzi a scuola erano tranquilli e pacifici, con loro non abbiamo mai avuto seri problemi. Precedentemente non avevano mai seviziato animali”.

Ma uomini?

Ma uomini?

Temei che di nuovo non avrei preso sonno la notte.

Voce della radio.

“Secondo quanto affermato dalla Lega per la Protezione degli Animali, nella nostra cittadina un tale atto di sadismo non si era verificato sin dall’agosto dell’anno scorso.”

Mi ricordai di aver avuto anch’io un tempo un gatto, ma naturalmente non gli feci mai alcunché di simile. Una sculacciata era il massimo e anche allora quanto a urla non si scherzava! È vero, una volta lo colpii con un attizzatoio sulla groppa. Ma naturalmente per quella cosa lì. Non vi immaginate nemmeno quanto puzzi. Oppure sì? Provate ad evocarvi per un attimo davanti al naso quell’odore.

“L’agenzia BNS informa che questa mattina il capo del governo è partito in visita ufficiale per...”

Nauseato, mi sintonizzai sul canale preferito.

“E per finire, dedichiamo agli studenti sedicenni di Pärnu Mart e Toivo la canzone “C’era una volta una gatta”. Scriveteci. Non preoccupatevi degli errori.”

Per tutta la sera tentai di rammentare dove mai avessi sentito quella combinazione di nomi – Mart e Toivo. Benché sia un esperto risolutore di cruciverba, non riuscivo proprio a ricordarmi.

Mi aspettava la sauna del sabato sera.

Sentii l’odore di una coscia lunga arrostita. Gli volsi le spalle. L’olio sfrigolava.

Quel fine-settimana mi sentivo colpevole di fronte a mamma coniglia. Provai a non guardarla negli occhi. Lei però mi seguiva implorante con la coda dell’occhio.

Con i suoi occhi strabici.

Pure quando mi recai a prendere da dietro la tettoia un arnese.

Quando mia madre afferrò l’animale con la mano per le zampe posteriori lasciandogli ciondolare la testa all’ingiù, quello cominciò a strillare così forte che Tšapu, da dietro la tettoia, si liberò dalla catena con tutta la forza del suo corpo e accorse in aiuto. Non lo dimenticherò mai. Di grossa statura, il pelo luccicante. Nello stomaco ossa, fegato, cuore e qualche intestino di coniglio.

Lo colpii bruscamente.

Tšapu, avendo compreso che tutto era sotto controllo se ne andò ad abbaiare contro un ciclista ubriaco fradicio. Qui nel nostro villaggio non c’è uno che sia normale.

Volsi lo sguardo verso le gabbie.

Erano tutti scappati attraverso lo sportello.

Tutti in una volta.

Hanno paura.

“Perché?”

“Non lo so”, rispose mia madre.

Era evidente che aveva preso di cuore l’accaduto.

Era stato il suo animale preferito.

“E si dibatteva”.

Mamma lo confermò con un cenno del capo.

Benché la povera donna avesse voltato la testa altrove sapevo che aveva gli occhi in lacrime.

In gioventù aveva sofferto molto.

Il fatto comunque non mi dava pace.

Perché strillava?

Accostai uno sgabello sotto un tozzo pino, presi una fune dalla stalla, la lanciai sopra il ramo più basso, feci un laccio e ne collaudai la resistenza con il peso del corpo.

Mi madre mi seguiva con diffidenza.

“Problemi con il lavoro?” osò con prudenza.

“No”, risposi sorpreso. Di solito a casa non discutiamo di affari di lavoro.

Non è un problema prendersi un calcio nel sedere.

Fintanto che non si tratta di un coltello.

Mi tolsi il berretto.

Ciappi mi guardava in un modo strano.

Negli occhi.

Con uno sguardo tagliente.

Gli battei amichevolmente con la mano sulla sua testa nera.

Pregai mia madre di legarmi per i piedi al ramo del pino. La prima cosa che notai pendendo a testa in giù fu il rosso succo vitale lasciato di fresco dal mio compagno di sventura sul miscuglio primaverile di neve ed erba. Un po’ più a destra – il bastone appoggiato alla tettoia. Alla punta rotondeggiante si erano appiccicati due ciuffi di peli bianchi.

Compresi immediatamente.

Aveva visto il bastone.

E l’odore.

Lo fiutai io stesso, ma non sentii nulla.

Tuttavia ero certo che era stato l’odore di sangue a provocare il panico nell’animale.

Con il suo nasetto lo sente certamente meglio di me.

I lupi a caccia di prede, con il vento favorevole, lo sentono fino a due chilometri.

L’uomo l’odore di arrosto fino a due metri.

Chiusi gli occhi e immaginai di essere un coniglio in gabbia.

Non dovetti sforzarmi molto dato che mi piace lavorare di fantasia.

Un piccolo coniglio intelligente dalla testa nera in cerca di calore.

E tra la rete della gabbia ecco apparire il tuo amato padrone, bastone in mano.

Ciuffi di pelo insanguinato appiccicati alla punta.

Ci eravamo appena ripresi dalla sauna del sabato sera, l’arrosto sfrigolava nella padella, da qualche parte in lontananza rieccheggiavano i versi delle gru e nella foresta ululava una motosega solitaria. In verità non avevo molto appetito, comunque misi anch’io insieme agli altri una coscia arrosto sotto i denti. Già al calar della sera accendemmo la televisione. Per un attimo dei nomi noti richiamarono la mia attenzione sullo schermo illuminato.

Lo speaker.

“Ieri sera due studenti liceali di Pärnu, Mart e Toivo, hanno inchiodato un gatto nero alla famosa quercia della poetessa Koidula. Secondo il racconto dei testimoni l’animale non si è sottoposto volontariamente a tale atto. E ora più dettagliatamente sull’accaduto. Quando gli studenti dell’indirizzo economico della Scuola Media n.2 Mart e Toivo si erano stancati di infilare le dita negli occhi dell’animale....”

Lavorano bene, si sono informati persino riguardo all’indirizzo di studio. Io stesso ho lavorato per alcuni mesi in questa scuola per guadagnarmi a fatica il pane come supplente. Purtroppo nonavevano la più pallida idea su Shakespeare e nemmeno potevano averla.

Non vogliono studiare.

Lo speaker.

“Nell’odierna parata annauale di nudisti ha suscitato scandalo un omosessuale cheha voluto far mostra della sua liberalità di costumi indossando una pelliccia di castoro. I membri della Lega Mondiale per la Protezione degli Animali l’hanno assalitoriducendogliela a pezzi...”

Spensi la radio.

Da intellettuale amante della letteratura sfogliai “Il cimitero degli animali” di S.King.

Nelle orecchie il ronzio delle notizie di tarda serata.

In lontananza risuonarono dodici colpi.

Suonarono alla porta.

Ero quasi pronto a scommettere che sul pianerottolo ci fosse lui, il coniglio, sulla nuca una striscia di sangue. Ma da uomo vissuto non temetti di andare incontro al mio triste destino di letterato.

Se era destino che fosse il coniglio, lo fosse pure.

Mi ravvivai i capelli.

Aprii.

Guardai a circa quaranta centimetri d’altezza dal pianerottolo. Qualora stesse ritto sulle zampe posteriori.

Avvilito e amareggiato.

Dietro la nuca un grumo di sangue coagulato.

Nessun coniglio.

Dietro la porta, sulle gambe posteriori, due giovani, in mano un pacco di giornali legati con lo spago.

In cima anche un pacco di latte svuotato e una rivista erotica.

Uno in scarpe da tennis, l’altro in sandali.

Uno sul metro e novanta, l’altro ottanta.

Accelerazione.

Nome?” chiesi loro.

“Mart” rispose il più basso per tutti e due. Forse anche perché l’altro aveva l’occhio livido e l’orecchio sinistro un po’ mozzo.

Evidentemente avevano fatto a botte.

“Carta da buttare, ne ha?”

Poiché abito in un appartamento con riscaldamento a legna e ogni pezzo di carta mi viene in bene, trovai soltanto una ventina di fogli. A volte li uso per fare dei pacchi.

“Quanti anni avete, pionieri?”

Mart mi guardò con uno sguardo penetrante.

Una lunga cicatrice sulla guancia.

Avevo già visto da qualche parte quei due mocciosi.

“Diciassette, sul passaporto”, rispose di nuovo il più piccolo.

“Conosce i numeri”, constatai per abitudine. Ho notato che ultimamente non sono affatto furbi.

Liceali.

Ricordate? Vi avevo menzionato di passaggio Shakespeare.

Il più grande con un occhio nero.

Forse era caduto.

Avevano le mani sporche.

“Avete anche buona letteratura lì nel vostro pacco?”

I due si guardarono perplessi in faccia.

Compresi di aver inferto un colpo basso.

“Non frequentate per caso la Scuola Media n.2?”

“Certo”.

“Siete gemelli per caso?” non seppi aggiungere altro.

“Sì”.

“Toivo”, riuscì finalmente ad aprir bocca anche il secondo.

Connessioni lente, constatai.

Toivo si fece pensieroso.

Evidentemente stava cercando di ricordare il suo cognome.

Bisogna essere comprensivi con simili giovani. Come con i propri. Devi saperti calare al loro livello e fingere di non sapere tu stesso nulla di Shakespeare.

Poiché per il lunedì successivo dovevo preparare le domande per gli esami, stirarmi il soprabito e prendermi un buon riposo, decisi di tagliar corto e di chiudere la porta in faccia ai due.

Improvvisamente il volto mi si illuminò di un largo sorriso.

Ma certo, li avevo visti nei massmedia! Doveva trattarsi di una storia di gatti. Dita negli occhi o qualcosa di simile. Lentamente ricordai tutta la storia.

Dalla tasca interna del più piccolo facevano ancora capolino le teste dei chiodi.

Sebbene, è vero, non avevano martello con sé.

“Siete voi quelli delle dita negli occhi, ... del gatto crocifisso?”

“Noi”, risposero i due inseparabili, gli eroi di tutti i media, per bocca di Mart.

“Come si chiamava il gatto?”

“Ints”, si animò Toivo, in un certo senso a sorpresa.

Poco mancò che prendesse gusto a parlare.

“Bel nome. Anch’io avevo una volta un amico con questo nome.”

Per interesse pedagogico decisi di stabilire il livello di sviluppo mentale dei due ragazzi. A che pensa la gioventù odierna, per cui proviamo tanta tristezza? Ricordo che a suo tempo ci eccitava il sesso e la letteratura di qualità. La sera leggevamo a lungo. Fino alla fine del libro. Al mattino eravamo ubriachi di cultura e stanchi. Ma soddisfatti. Con i cerchi attorno agli occhi.

Quello a sinistra sbirciò di traverso la rivista erotica. Sapeva leggere, ne ero quasi sicuro. Quello a destra era immobile.

“Mai sentito parlare di William?”

I due futuri politici scossero all’unisono quella loro testa dal collo taurino non ancora ben sviluppata.

Feci un gesto di sconforto con la mano. Bah! A chi interessa oggi la letteratura? A chi può interessare Shakespeare, Uustalu oppure Goethe?

“A nessuno”, risposi a me stesso.

A nessuno.

Chiusi la porta.

Eppure, mi balenò nella mente, ci sarà stato rimprovero nei suoi occhi sgranati?

Il gatto.

Uno sguardo tagliente come quello di un coniglio.

Come per chiedere, perché proprio a me?

Riaprii in fretta la porta.

Mart era già riuscito a voltare le spalle.

Il vecchio fascio di giornali in mano.

Toivo era ancora lì.

Con il suo metro e novanta.

Forse avrebbe voluto dire qualcosa come saluto.

Qualcosa di naturalmente e virilmente semplice.

“C’era rimprovero neisuoi occhi?”

“Negli occhi di chi?” chiese Mart per sua propria bocca.

L’orlo dei pantaloni di Toivo svolazzò leggermente nel vento.

Ma solo leggermente.